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Archive for the ‘storie mie’ Category


Ognuno ha diritto ad esprimere le proprie opinioni, anche in merito ad opinioni altrui. Io credo questo: CREDO che Guido Barilla sia un furbastro, che abbia fatto una dichiarazione gigiona al suo pubblico gigione, credo che abbia fatto una scelta di mercato, CREDO che abbia detto una cagata e CREDO nel mio diritto di dire che è una cagata. CREDO nella Famiglia, nell’Accoglienza, nell’Amore, nella Solidarietà in un progetto comune di vita, spesso già complicata in un mondo complicato. CREDO che sia questo che definisce la Famiglia. CREDO che non si possano preferire gradazioni di tradizionalità per convenienza (il Sig. Barilla è al secondo matrimonio), cioè, si può benissimo farlo, ma allora credo di poterti tranquillamente chiamare ipocrita. CREDO che più che altro pensare di poter definire una famiglia solo secondo canoni tradizionali, storici e culturali di maggioranza sia un impoverimento e soprattutto CREDO che sia fuori dalla Realtà. CREDO nella Responsabilità Sociale delle Corporazioni (CSR), nel ruolo di Cittadino delle aziende che abitano il Territorio, CREDO nel potere della Comunicazione, CREDO nei modelli, CREDO nella realtà della presunzione e della tracotanza, CREDO che ci siano persone fragili che la subiscono ogni giorno sulla propria pelle e CREDO nelle persone ancora più fragili che hanno bisogno di rigidi binari al di fuori della realtà per sentirsi forti, perchè la realtà E’ difficile e complessa. CREDO nell’accettazione e nell’Accoglienza, CREDO nel Confronto, CREDO che siano l’unica via verso un reciproco Sostegno e Solidarietà per affrontarla questa realtà. CREDO che fornire ulteriori scuse ad una società retrograda sia irresponsabile, sia armare certe nature appunto fragili e violente contro chi di fragilità e di violenza già ne vive abbastanza, e credo che farlo per ragioni di mercato aggravi il tutto con le motivazioni abbiette. CREDO che non si possa giustificare tutto con la scusante del Mercato e credo che quella sia una bella battaglia per i Valori che valga la pena combattere. CREDO che l’immagine di una bella tavolata con persone riunite intorno ad un pasto famigliare non venga inficiata dall’orientamento sessuale dei commensali, CREDO che questo orientamento sessuale con la definizione, la realtà intima della famiglia c’entri come i cavoli a merenda, CREDO che la Famiglia, quando c’è, come la Bellezza, venga in tutte le forme, tranne quella violenta. CREDO nel valore e nella potenza delle Parole e credo che arrogarsi il diritto di chiamare famiglia solo una delle sue tante forme costituisca una forma di FURTO. CREDO che l’accoglienza di uno non costituisca in alcun modo l’esclusione o tantomeno la distruzione dell’altro. CREDO che la Libertà finisca solo là dove limita la Libertà di un altro, non solo di opinione, ma di Vita. CREDO che confrontarmi ed anche arrabbiarmi in questa ed in altre occasioni non indebolisca la mia personale lotta verso problemi più sostanziali degli omosessuali e di tutti i “diversi” (e, come è stato ben detto: diverso da chi…?), anzi, dal confronto e dallo scambio di opinioni esco rafforzata e motivata. CREDO di essere stata molto fortunata per aver avuto ed avere a tutt’oggi una famiglia composita, fatta di primi e unici matrimoni tra persone Cristiane e Cattoliche, primi e secondi matrimoni tra persone di provenienze diverse che hanno allargato la famiglia, regalato una mamma a me – che ha aiutato e sta aiutando mia madre e me nelle nostre difficoltà – e che abbia regalato una figlia a lei; ha aiutato me avere esempi di famiglia Cattolica che tiene la mano a quella omosessuale, non per forma, ma per sostanza. Credo che all’interno della mia famiglia gli unici ostacoli difficili da superare siano stati quelli della Malattia, delle Ipocrisie e della Violenza, e che siamo riusciti a farlo solo perchè eravamo circondati da sostegno, amore, diversità e ricchezza di punti di vista, che ci hanno unito ognuno a modo proprio, ma Tutti Insieme. Credo valga la pena essere coscienti di questo e difenderlo, non per barricarsi o imporre, ma perchè costituisce un’esperienza ed un esempio di Amore e di Morale, che altro non è se non l’Etica del Bene. Credo che tanti anni fa molte persone non avrebbero potuto godere della loro bella famiglia da secondo matrimonio (o anche convivenza), perchè qualcuno si sarebbe arrogato il diritto, per falsa morale e addirittura per Legge di non permettergli di essere nè definirsi Famiglia e SPERO che tra qualche tempo la Famiglia possa essere finalmente luogo di tutto ciò che di bello ho descritto fin’ora e non terreno di vane e vuote battaglie per l’esclusione di chi la Famiglia la vive in un modo a noi sconosciuto, ma altrettanto amorevole. CREDO che oggi Gramellini abbia un po’ peccato di Benaltrismo, ma CREDO che lo perdonerò. E buona giornata – oggi arriva mia madre e devo mettere a posto, perchè la famiglia è anche rompimento di scatole, per tutti, di tutti i colori, generi, orientamenti sessuali!!!! ❤

Per ogni bambino la Famiglia è quella che ha, comunque essa sia composta. Tutto il resto è inutile e pesante sovrastruttura.

Per ogni bambino la Famiglia è quella che ha, comunque essa sia composta. Tutto il resto è inutile e pesante sovrastruttura.

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Life is what happens while you are making other plans, diceva John Lennon – la vita è ciò che succede, mentre stai facendo altri progetti. Ieri sera sono stata ad uno dei concerti più belli della mia vita. Ci sono inciampata, come preferisco fare, a conferma che, a volte, gli incidenti di percorso sono la parte più interessante del viaggio. Sono di nuovo in Calabria, questa regione che ho scoperto 3 anni fa e che, ogni volta che torno, mi regala sorprese generose. Sono qui, con amiche e figliolanza, al Villaggio il Gabbiano, e i ragazzi dello staff ci dicono che la sera ci sarà una festa a Santa Domenica di Ricadi: concerto di Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea, Taranta… Decidiamo di andare a vedere di cosa si tratti, per scoprire un po’ di colore locale – e partite con il tipico atteggiamento da turiste un po’ snob, una di noi ha postato la locandina del Taran Project su facebook, commentando con sarcasmo “Seratona”. Little did we know… Arriviamo in un paese pieno di gente, di luci colorate a festa, e ci incamminiamo per la via principale, fino alla piazza. Vediamo un palcoscenico molto più grande di quello che ci aspettassimo, con una bellissima scenografia di luci, e ci fermiamo a guardare. Sentiamo le prime note, scattiamo qualche foto ai paesani affacciati alle finestra di casa e cominciamo a muoverci col ritmo, pian piano, inconsapevolmente, fino a ritrovarci a ballare. E più balliamo, più ci sentiamo coinvolte, più balliamo, più ci avviciniamo al palco, in mezzo alla folla che va dai 6 ai 60 anni – ma la maggior parte sono giovani -, più balliamo più vogliamo ballare. Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea, seduti, cantano e suonano, una corista (ma il termine sminuisce la sua bravura ed il suo ruolo) in fondo al palco contralta e danza, con una presenza scenica da grande solista. Siamo rapite, incantate, la Taranta ha posseduto anche noi. Ad un certo punto esce sul palco un prete, tutti si fermano e, a pochi metri da noi, da un gruppo di ragazzi, parte un coro: “Uno di noi… Carmelo uno di noi… Uno di noi…”. Don Carmelo parla al pubblico, ha organizzato lui questo concerto: parla di vita, di musica, di giovani. Penso che forse mi trovo davanti al Don Gallo locale (al suo erede? Speriamo!), mi commuovo. Don Carmelo esce di scena, accompagnato dal coro di quei ragazzi, tra i quali, scopro oggi con piacere, c’è anche Glauco, che sta alla pizzeria del villaggio. La musica riparte, incontriamo due ragazzi che al villaggio fanno servizio in sala e ci fanno ballare. Uno di loro, Vincenzo, è nuovo, non abbiamo ancora fatto amicizia, avrà a malapena vent’anni: ci prende per mano senza la minima esitazione e capiamo che l’uniforme nascondeva questa benedetta natura intraprendente. Balliamo, sudiamo, pestiamo piedi, i piedi ci vengono pestati, balliamo, balliamo, balliamo. Ad un certo punto Claudia (che è Romana), si ferma e dice: “Vincè, nun ce la faccio più! Me stai a fà morì!” Vincenzo non si squassa e risponde, sorridente: “A signò è solo pe’ ‘na notte”, regalandoci così una perla di saggezza e un concentrato di giovinezza, un pensiero che ci accompagnerà ogni volta che crederemo di essere troppo stanche per goderci un bel momento, ogni volta che vorremo rinunciare, ogni volta che varrà la pena perdere il fiato. La musica continua ed io vorrei cantare, vorrei conoscere le parole di quelle canzoni, vorrei capire il dialetto calabrese, vorrei che la musica non finisse più, e per un attimo sembra che possa essere così. Don Carmelo torna sul palco, con un paio di occhiali dalla montatura arancio fluorescente, abbraccia Mimmo, ringrazia, se ne va, e parte l’ultima canzone, tra l’applauso scrosciante e l’entusiasmo della folla – che non è più folla, sono persone che abbiamo abbracciato, le cui mani abbiamo stretto, con le quali abbiamo scambiato sorrisi e condiviso l’estasi della Taranta. Poi la musica finisce davvero, alle spalle della piazza parte un breve spettacolo di fuochi artificiali, che, sarà anche politicamente scorretto, ma devo dire che noi ci siamo proprio godute, sedute sul marciapiede, una birra gelata in mano, mentre la gente s’incammina per tornare a casa. Dopo 20 minuti abbiamo ancora il fiatone – e il sorriso stampato sulle nostre facce fluorescenti e fradice, come le magliette, i capelli, le braccia le gambe. Penso che l’Italia è viva e pulsante. Penso che è il paese della tarantella, e che ha ragione Claudia a dire che la tarantella è il nostro rock’n’roll. Penso che voglio portare Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea a Salò. Penso che c’è tanta, troppa Italia della quale non sappiamo nulla, capace di entusiasmare, di trascinare, forse addirittura di tendere la mano al Paese per aiutarlo ad uscire dalla palude. L’ho detto a mia figlia stamattina, quando si lamentava perchè i sui amichetti le davano della pazzerella. “Amore, nella vita è sempre meglio scegliere la Taranta, piuttosto che il pantano.”

PS: faccio la figura della turista una volta di più, perché mi dicono che paragonare Don Carmelo a Don Gallo sarebbe esagerato e un po’ blasfemo, eppure le mie sensazioni sono state quelle ed io continuo a sperare. Mimmo Cavallaro è stato in prigione per ‘ndrangheta: anche in questo caso spero… a me sembra proprio che abbia imparato qualcosa.

PPS: purtroppo non riesco a caricare le foto ed il video che ho girato, mi piaceva tanto, con i palloncini dei Barbapapà che mi passavano davanti all’obiettivo. Ma ci tengo a farvi ascoltare la Taranta del 2013, chiudete gli occhi e cominciate a ballare…

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L’altra sera, rientrando dalla città, pregustavo il passaggio alla fantastica macchinetta del latte crudo, ben piazzata in mezzo ad un parcheggio nel mio paese. Ci si può fermare facilmente e acquistare il latte più buono, più sano e meno caro che ci sia. Io e le mie bambine non riusciamo nemmeno ad arrivare a casa: dobbiamo subito assaggiarlo in macchina, un sorso per ognuna, a turno! Il latte è quasi ghiacciato, è pieno di panna, assolutamente irresistibile… Insomma, dicevo, l’altra sera, con mio grandissimo disappunto, ho scoperto che la macchinetta non c’era più!!! Ho girato il parcheggio un paio di volte, magari avevo le traveggole per la stanchezza, oppure forse l’avevano spostata: niente da fare, non c’era più, i negozi erano ormai chiusi e non solo avrei dovuto rinunciare a quel sorso di cremosa freschezza, che anticipavo golosa, ma non avrei nemmeno avuto latte per la mattina seguente! Rientro, pensando che sarà sicuramente colpa del Sindaco ;-). Furiosa, rientro a casa e cerco in internet i motivi della sparizione delle macchinette: trovo un articolo molto recente che denuncia la rimozione di alcune macchine, a causa de problemi di igiene (che con un prodotto come il latte crudo dev’essere particolarmente scrupolosa) riscontrati in alcuni degli allevamenti produttori. Mi infurio ulteriormente! Ma come?! Per una volta che si era riusciti ad avvicinare il produttore ed il consumatore, ad unire tecnologia e tradizione, freschezza, guadagno e risparmio al contempo… gli allevatori per avidità tengono il braccino corto sulle pulizie e buttano all’aria tutto? Come al solito non bastava guadagnare, non bastava che funzionasse, bisognava guadagnare di più subito…. per finire a farsi chiudere la produzione?! Ecco, non abbiamo proprio capito niente… Ma sarà vero? Non sarà piuttosto l’ennesimo attacco delle grandi aziende produttrici di latte ormai “industriale”? Quel latte che non sa più di niente, tanto è “pulito”? Sicuramente ci sarà il loro zampino mi dico… Vorrei indagare più a fondo, ma in questo periodo non ho tempo, proprio non ci riesco… Vorrei contattare qualche azienda, capire. La Sere in fissa… Beh, per me questa benedetta macchinetta era proprio il simbolo di un percorso virtuoso che l’Italia avrebbe potuto compiere per modernizzarsi in modo semplice, immediatamente fruibile da produttori e consumatori, avvicinati con questo sistema, valorizzando le piccole aziende, e ricordandoci cosa vuol dire “buono e sano”. Fattostà che ieri mi ritrovo a scuola con altri genitori del paese e, mentre tuono contro gli allevatori improvvidi e/o le corporazioni infingarde, un’amica mi corregge e mi dice: “Ma no, guarda che c’è un cartello al posto della macchinetta: c’è scritto che l’hanno rimossa perchè il consumo era troppo scarso, chi vuole può andare a quella di Salò.” Il mio amico Maurizio ride e mi dice: “Ti sei fatta un film per nulla…” Ma sapete cosa? Questo è PEGGIO! NOI CONSUMATORI non abbiamo capito niente! Noi, che spendiamo quasi il doppio per comprare del latte meno buono e meno sano nei supermercati! Io stessa alla macchinetta non passo per ogni bottiglia di latte che compro – certo, figli, impegni: supermercato, carico tutto e via, a casa, non faccio lo stop al negozio bio, poi alla macchinetta del latte, etc. E così, questo latte, che viene caricato appena munto ogni giorno, mantenuto freddo ghiacciato, e che deve essere consumato giornalmente, restava lì, ed il produttore doveva buttarlo, per aggiungere quello fresco la mattina dopo! Perchè? Perchè noi siamo delle CAPRE e del latte ad 1€, freschissimo, buonissimo, sanissimo, e che fa bene pure alla nostra economia, non ce ne frega niente.

Io mi merito che mi abbiano portato via la mia fantastica macchinetta del latte…

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Con l’inaugurazione di venerdì sera è iniziata una nuova fase nella mia vita: quella di moglie del Bel e Bu. Cioè, non proprio, Bel e Bu è il locale, ma l’ironia è inevitabile… 🙂 Dopo tanti anni di sogni e di ricerca, finalmente il mio maritino ha trovato il SUO posto: dietro il bancone di un locale moderno, ma accogliente, fresco, stimolante nei colori e nei sapori che propone, sorprendente a volte. Mathieu qualche mese fa ha deciso di spiccare il volo e mettersi in proprio, per plasmare concretamente quel sogno che, ancora informe, l’ha accompagnato per tanti anni. La realizzazione è sicuramente stata un lavoro di squadra: l’architetto Alessandro Rossini ha dato elegante forma alle idee di Mathieu , il grafico Alberto Petrò ha interpretato con professionalità il concetto che volevamo comunicare, e una squadra di lavoratori specializzati – più o meno dedicati… – ha lavorato durante tutta l’estate e fino a pochi giorni fa per confezionare quel gioiellino che è risultato il locale. Ci sono stati timori, ci sono stati intoppi, ci sono state scene kafkiane di lentocrazia, ci sono stati scontri di gusti personali ed incontri di empatia assoluta. C’è stato il benedetto incontro “last minute” con El Forner, con Paolo Piantoni ed il suo amore per le prelibatezze, che può sfornare solo un forno accesso con la passione. C’è stato tutto ed il contrario di tutto in questi mesi: dalla perfetta sintonia in casa, al momento di scrivere le ricette e scegliere quali presentare, alle liti infuocate intorno al tema “Questo scaffale non s’ha da fare!”. Ci sono state inondazioni da lavabicchieri impazzite e serrande che, dopo 30 anni di onorato sevizio, hanno scelto il giorno prima dell’inaugurazione per rompersi…! C’è stata ricerca del personale, ci sono state degustazioni, ci sono state lacrime per chi avrebbe potuto aiutarci non poco con le decisioni da prendere e col sostegno morale, ma non è più con noi (o almeno non quanto avremmo voluto). Ci sono stati pensieri rivolti ai luoghi che io e Mathieu abbiamo visitato insieme nel mondo e che ci hanno ispirato il concetto del locale, come le ricette che vi troverete: ci siamo immersi nei ricordi di atmosfere, sapori e profumi ed abbiamo distillato ciò che avevamo più voglia di condividere. C’è stato Roberto Abbadati, che ci ha aiutato a tradurle da ricette casalinghe, in esecuzione professionale, aggiungendo qua e là il suo tocco personale. C’è stato soprattutto il coraggio di Mathieu, la sua caparbietà, la sua energia, la sua determinazione e costanza: rischiare tutto quello che si ha, in un momento tanto delicato economicamente, per un progetto che si cova da sempre e nel quale si crede profondamente, è una cosa per la quale non smetterò mai di provare ammirazione. Io non lo avrei fatto. Io sarei contenta lavorando da “dipendente”, con il mio salarietto sicuro. A lui non bastava più, ma non solo economicamente, direi soprattutto personalmente, professionalmente. Ha deciso di crescere, d’un botto. E bravo Mathieu! Chapeau, mon amour. Io, Giacomina, Manu, Léontine, Silvia, Marta e Rita ti ringraziamo per averci voluto con te per l’inizio di quest’avventura, che per alcuni di noi è una nuova fase della vita: una sfida emozionante, che senza di te non avremmo potuto sperimentare, non avremmo saputo inventare, non avremmo voluto affrontare.

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Il Bel e Bu si trova a Brescia2, in Via Aldo Moro 8. Siamo aperti dal lunedì al venerdì dalle 7h00 alle 19h30, ed il sabato dalle 8h00 alle 13h00. Vi aspettiamo, perchè possiate gustare insieme a noi il sapore di un sogno realizzato.

PS: ci trovate anche su facebook 😉

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L’anno scorso, per i 40, mi sono regalata la consapevolezza. Sono arrivata a quest’età conoscendomi meglio che mai. Quest’anno mi regalo la gratitudine e la speranza. Grazie a chi mi ha permesso di arrivare ad oggi, arricchendomi di esperienza e di affetti. Grazie a chi mi sta aiutando a porre le basi perchè il sogno di una persona, per me importante come le fondamenta per una casa, si realizzi. Grazie, perchè questo suo sogno sta aiutando anche un mio personale desiderio ad avverarsi. Senza ognuna di queste persone e senza gratitudine, oggi questa speranza non esisterebbe. Grazie, spero che continueremo insieme così.

Lo sapete che ho una passione per l’alba, anche se purtroppo càpita sempre all’ora sbagliata… Oggi è dorata, speriamo bene… 🙂

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Dopo il funerale non ero più andata a trovare papà al cimitero. Non mi sembrava essenziale, il mio papà non è lì. Ma le mie bambine volevano vedere il luogo in cui riposa, da tempo. Stamattina le ho portate, com’era giusto che fosse prima o poi. Oggi sarebbe stato il suo compleanno, il suo 71esimo, sembrava l’occasione giusta. Oltretutto le amiche avevano cominciato a farmi venire qualche dubbio: “Ma non starai evitando questa cosa? Non sarà troppo difficile? Vuoi che qualcuno ti accompagni”? No, in reltà no. Non credo. Chissà, poi magari davanti al Vantiniano mi sento male e non riesco nemmeno ad entrare… ma mi sembra improbabile. In ogni caso era da fare. Amélie sapeva abbastanza bene cosa l’aspettava, Marilù per niente: “Ma inzomma, quand’è che mi portate a vedere il mio nonno! Ma io non voglio vedere la foto, voglio vedere IL NONNO!”, aveva detto poche settimane fa. La città deserta, i fioristi chiusi il lunedì – si comprano i fiori all’Esselunga e si affronta il viale dei cipressi. Fa un caldo infernale, perdonatemi l’ammicco. Non so nemmeno in che cella sia, il mio papà – accanto alla sua mamma, al suo papà ed alle zie, che mi hanno fatto da pseudononne nell’infanzia. Marta e Cesira, sono nomi da zie zitelle da romanzo, sono le mie vecchie zie. Le prime celle le sorpasso tranquilla, da metà in poi sbircio, ma non lo trovo. Non ricordavo fosse così lontano. Procedo, chiamo sua moglie, anche per farle sapere che oggi ci sono io, e mi indica la cella giusta. Entro e vedo la lapide montata, la foto di papà accanto alla nonna Marj. E’ una foto presa in barca, era a torso nudo, sguardo intenso, gli hanno messo una camicia, bella, tipo lino azzurrino – è incredibile cosa riescano a fare. Amélie cerca il posto per lasciare il lavoretto che ha fatto, con la conchiglia (in realtà più che altro un guscio di lumaca) ed una piuma di gabbiano, trovate in spiaggia davanti a casa, al nostro lago. Nostro grazie a papà, a quell’acquisto così significativo per la storia della mia famiglia, nel’68, ancora prima che io fossi anche solo un pensiero. Mettiamo nel vasetto i fiori di Marilù. Le bambine guardano le altre tombe, le foto, Amélie legge i nomi, trova parenti, Marilù vede dei fiori più belli dei suoi, ma non è dispiaciuta. Mi rendo conto adesso che io non so nemmeno dove sia scritto il nome di mio papà sulla lapide: la guardavo e vedevo solo quella foto, a colori nel bianco e nero delle altre foto, e dei marmi e delle decorazioni bronzee ossidate e dei fiori di plastica sbiaditi e tetri, coperti da una polvere scura e spessa. Mi rendo conto che scrivere mi aiuta proprio a fissare gli eventi, a viverli di più, a vederli come al rallentatore e registrarli, un dettaglio dopo l’altro. Dettagli emotivi, più che altro. Quindi siate pazienti. Uscendo penso che mio papà proprio non è lì. Poi ricordo quando venivo qui da bambina, con mia mamma, anno dopo anno a trovare i suoi genitori. I miei nonni sono sempre stati nei cimiteri, pare lugubre, ma è così. Ma il Vantiniano non è lugubre, il rumore della ghiaia sotto i piedi mi piace molto, il verde secolare, i marmi romantici. E adesso ho le mie bambine per mano, siamo andate a trovare il nonno, insieme, come faremo ancora, anche se lo sappiamo tutt’e tre che nonno Sandro non è lì. Perchè è in questo che è mio padre, come lo erano i miei nonni sconosciuti, nel nostro passeggiare insieme pensando a lui.

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Lo so che vi trascuro… ma so anche che voi, come me, d’estate siete FUORI! Se siete davanti ad un computer state lavorando – e non dovreste stare qui a leggere, ma siete dei viziosi… 😉 E se avete tempo libero sarete in spiaggia, in barca, al parco, in montagna… insomma, non vorrete mica darmi da bere che la mia assenza vi pesi?! Ma di tanto in tanto rifaccio capolino, in realtà ho un sacco di cose da dire, ma d’estate mi manca il tempo, per me è la stagione più densa di impegni! Ed allora, se ho un’oretta tutta per me, mi metto volentieri qui, nel mio angolino in mezzo a due porte aperte, il familiare schermo non ha richieste e tantomeno pretese – mi allontano da bambini, ospiti e popolazione varia che fa la siesta dentro e fuori casa mia. E come promesso vi parlo di un altro posto magico, La Masseria del Tono, sempre in Calabria, nei pressi di Ricadi, che sfacciatamente domina la bella e tranquilla Spiaggia del Tono. Alla masseria non troverete piscina nè animazione, niente arena, niente TV, nè aria condizionata: troverete invece un angolo di pace e relax, troverete la succulenta cucina di Totò, l’accoglienza di Antonella e Chiara, la gentilezza di Caterina, le risate sornione di Nicola – la famiglia che poco a poco ha costruito questo posto lo gestisce con amore per la propria terra e apertura e disponibilità verso gli ospiti. Troverete un luogo rustico e fermo nel tempo: il giardino lussureggiante, il bar e ristorante con tavoli di legno vista mare, gli ombrelloni di paglia… sembrerebbe di essere in Costa Rica… 20 anni fa! Anche le stanze della masseria ricordano le cabinas: sono una ventina, in muratura dipinta a colori vivaci, tutte a piano terra, si sviluppano intorno al giardino col grande orto centrale e creano un vialetto intimo tra una fila e l’altra. L’arredamento è semplice, tutto è fresco e pulito, dopo un’ora ti senti a casa. Chi sceglie la Masseria del Tono vuole una vacanza riposante, si mette in valigia poco più di qualche costume e pareo, non disdegna quattro chiacchiere con i frequentatori locali o con i clienti che anno dopo anno tornano qui e si conoscono tutti – anche voi partirete con nomi, indirizzi e numeri di telefono e, anche voi, prima o poi tornerete… Qui si viene per il mare e per la cucina calabrese: oh, lo spaghetto al nero di Totò!! E… Oh la zuppa di seppie! Oh, i gamberoni! Oh il pesce spada!! Oh il polpo… !!! Si viene qui per riuscire finalmente a leggere quei libri per i quali non si trova mai tempo, e per tutte quelle attività poco attive, ma fondamentali per un sano equilibrio umano. Si può arrivare in macchina dall’aeroporto di Lamezia e, se proprio proprio si ha la fregola, si possono fare gite giornaliere alla volta di Tropea, o verso le colline dell’interno a Spilinga (pronunciato Spìlinga), il paese di produzione della fantastica ‘Nduja, o arrivare fino a Scilla. Ma, se vi fidate di me, dopo il pranzo vi farete servire un bicchiere di Zibibbo, accompagnato da qualche biscottino, chiederete a Chiara di mettere John Mayer, e resterete in panciolle all’ombra, gli occhi pieni di estate e di onde turchine – ed il cuore in pace col mondo…

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