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Archive for the ‘cinema’ Category


Au revoir Maria…

Last tango in Paris – Opening scene

Ultimo Tango a Parigi – Qua dentro non servono nomi…

Last Tango in Paris – Final scene “Je connais pas son nom…”

Scene bellissime, cinematograficamente ed emotivamente. Solo su YouTube, cliccare e godersele tutte X

Maria Schneider, 1952 – 2011

Maria si sentiva un po’ imprigionata dal ruolo in Ultimo Tango, l’unico così fortemente associato a lei, mentre venivano e vengono spesso tralasciati Professione Reporter di Michelangelo Antonioni, Cercasi Gesù di Comencini, Jane Eyre di Zeffirelli e, l’ultimo, Cliente di Josiane Balasko nel 2008. Io penso che spesso ciò che appartiene alla storia, all’arte, trascenda da noi stessi, dalla nostra opinione, dal nostro contributo conscio: é l’essenza più pura di noi che si regala, che viene rubata da ciò che più di noi é significativo, che sa scegliere il meglio, che siamo d’accordo o meno. Comunque sia Maria Schneider ha recitato per i più grandi registi ed accanto ai migliori attori (Jack Nicholson, per dirne uno!) e resterà indelebile nella storia del cinema e nell’immaginario comune: fa parte della cultura popolare mondiale, del mondo delle emozioni forti, delle immagini archetipiche – la maggioranza degli attori farebbe carte false, e lei probabilmente ora se ne rende conto e spero sorrida.

You don’t have a name and I don’t have a name either. Not one name.

I don’t wanna know where you live or where you come from.

You and I are gonna meet here without knowing anything that goes on outside here.

It’s useless to keep on searching. Nobody believes in the fucking God here!

Oh, God, I’ve been called by a million names all my life.

Olympia is a compendium of domestic virtues. Faithful, admiring, and racist.

My childhood was made up of smells.

What’s this for? That’s your happiness and my… my ha-penis.

It’s like playing grown-ups when you’re little.

Well, if you look real close, you’ll see me hiding behind my zipper.

¿Do you really think that an American sitting on the floor in an empty flat eating cheese and drinking water is interesting?

I’m gonna tell you about the family. That holy institution meant to breed virtue in savages. Holy family. Church of good citizens. The children are tortured until they tell their first lie. Where the will is broken by repression. Where freedom… Freedom is assassinated by egotism.

In a respectable household, it’s useful to have a weapon.

For pop youth, pop marriage!

There are more rats in Paris than people.

Cos the best fucking you’re gonna get is right here in this apartment.

You won’t be free of that feeling of being alone until you look death right in the face.

Even if the husband lives fucking years, he’s never going to be able to discover his wife’s real nature.

It’s over, then it begins again. Now we begin again with love and all the rest of it.

I come from a time when a guy like me would drop into a joint like this and pick up a young chick like you… and call her a bimbo.

Go to the circus if you want to see love!

How do you like your hero? Over easy or sunny-side up?

 

 

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L’altra sera, scomodmente, ma amorevolmente, condividendo il divano col maritino i siamo visti un film ed un telefilm.

Il film: Hachiko – con Richard Gere, che a mio parere più invecchia, più é un bel vedere. E’ una storia di amore e di fedeltà tra un cane ed il suo padrone. Se ve la racconto, ma forse la sapete già, potete anche fare a meno di guardare il film, perché a parte la storia toccante di per sé, il film non aggiunge nulla: è pulito, ben fatto, ben recitato, ma niente di sconvolgente. Sí il cane, che bello, che bravo, ma io che mi aspettavo di versare fiumi di lacrime sono rimasta un po’ cosí. Non ha pianto neppure mio marito, che pure una volta pianse davanti ad una puntata dei Simpson e finamai una pubblicità :-). Stavolta solo una flebile lacrimuccia, ma forse più perché la dovevamo proprio versare prima o poi x non sentirci dei senza cuore. Joan Allen é molto brava, ma il tutto mi é sembrato molto bello, molto preciso, molto… fastidioso!! Gere é un professore di una certa età molto bello e molto bravo, il suo lavoro in teatro come musicista é molto stimolante, lui e sua moglie si amano ancora  molto dopo molti anni di matrimonio e se lo dimostrano molto, lei é una restauratrice molto brava, con una lavoro che é una sfida molto bella, vivono in una casa molto elegante, molto bianca, ed hanno una figlia molto bella e brava, un genero molto simpatico nella sua goffaggine, che ama molto la figlia – una vita molto invidiabile e molto… cinematografica! Per non parlare dei personaggi minori del film, un cliché dopo l’altro (il vecchio e gentile venditore di hot-dog extracomunitario, la dolce e gentile signora nera di mezza età, l’impiegato ferroviario apparentemente distaccato, Jason Alexander, il George Costanza di Jerry Seinfeld). La cosa disturba, o perlomeno ha disturbato me, nel senso che tutto era talmente perfetto da sembrare finto, come appunto é. Un film dovrebbe trasportarti nel suo mondo, specialmente uno ispirato ad una storia vera ed il cui obiettivo è commuoverti, farti sentire come vere emozioni bene o male provocate artificialmente. Non posso dire che sia un film brutto o fatto male, ma il risultato è stato deludente. Ho cercato su Sky ed il fim non é più in programmazione, ma magari lo trovate su qualche altro canale del Digitale Terrestre, se vi funziona :-)!

Il telefilm invece é stato una rivelazione! Prima puntata di Misfits, realizzazione Inglese (E4): mi raccomando, stasera la prima puntata va in replica alle 23h35 su Fox (111), o più tardi su Fox+1 o +2. Noi ci siamo persi l’inizio e lo guarderemo volentieri, perché sospettiamo che questa serie diventerà presto uno dei nostri appuntamenti televisivi preferiti! Il titolo richiama l’ultimo film della Monroe (Gli Spostati), ed infatti i protagonisti sono un gruppetto di giovani delinquentelli di una generica città britannica, obbligati al “community sevice”, una sorta di servizio civile da “scontare” a causa dei loro reati minori – durante una tempesta elettrica acquisiscono super-poteri, ma non se ne accorgono subito. Non pensate assolutamente a quello che potrebbe essere un telefilm americano sull’argomento: gli Inglesi non si smentono e sanno dare un’interpretazione ironica ed inaspettata ad un presupposto apparentemente tanto scontato – dimenticate il politicamente corretto o il fumettone. I ragazzi sono essenzialmente degli sfigati, chi più, chi meno, che si ritrovano a vivere una situazione eccezionale – ed eccezionali sono la drammaturgia, i dialoghi, gli attori!

Saró anche senza cuore, ma per me vincono gli sfigati, a mani basse proprio!

PS: Visto che le pagine de Il Bollettino delle Buone Notizie sono un po’ defilate, vi invito a leggere la più recente, con un paio di buone notizie a cavallo tra il 2010 ed il 2011.

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Parnassus è un film onirico e teatrale, tutto da guardare se vi intriga il genere. O se vi intrigano gli uomini. E’ superfluo seguire la storia, le ragioni degli arzigogolati eventi – tutte da seguire sono invece le performances di Heath Ledger, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Ok, ho finito la recensione. 😀

Heath Ledger - Australiano

Johnny Depp - Americano

Colin Farrell - Irlandese

Jude Law - Inglese

Invece no! Perchè ovviamente devo anche dire che ci si gode veramente bene queste creature in quanto attori, risplendenti e miseriosi, in tutto il loro fascino e la loro gloria. Il regista Terry Gilliam raggiunge un’identità personale lasciandosi ispirare di volta in volta da Fellini, dalla Pixar, da Tim Burton o Dalì. La storia dietro questo film rende poi il tutto chiaramente più intenso, vista la tragica e prematura morte del 28enne protagonista Ledger, a metà delle riprese, e le prestazioni omaggio dei 3 colleghi del ristrettissimo circolo della serie A del cinema mondiale (che hanno interamente devoluto i propri incassi alla piccola Matilda Ledger, 2 anni). La storia è un pretesto, l’ennesima rivisitazione del classicone “Bene vs Male”, ma un diabolico Tom Waits ed un canuto Christopher Plummer impreziosiscono ulteriormente questo viaggio alla Disney in acido. E’ un film in cui “more is more”. Favola fantastica da pomeriggio nel week-end, caminetto acceso magari.

PS: certi giorni ci si rende proprio conto di aver fatto delle scelte impegnative. La vita di una blogger può essere dura quando ci si ritrova ad inserire i nomi dei 4 di cui sopra in Google, cliccare “Immagini” (in alto a sinistra) e far scorrere il cursore su una foto dopo l’altra, ingrandendole, una per una, una fila dopo l’altra, una pagina dopo l’altra… Si percepisce distintamente il peso della responsabilità, si sa di dover decidere, al posto del lettore, al suo servizio, per rendere al massimo; si temporeggia, poi si comincia ad eliminarle, una ad una, mentalmente e spietatamente “bocciarle” tutte quelle foto – troppo nudo, troppo macho, troppo sexy – fino a che ne resta solo una, quella che verrà pubblicata. Se proprio poi si avesse ancora qualche minuto a disposizione, un vuoto esistenziale da riempire, un raptus d’ingordigia, si potrebbe anche pensare di ricercare Brad Pitt, anche se non c’entra un c*** col film. Io avrei scelto quella in bianco e nero, col maglione scuro, un po’ alla James Dean. Ah, ecco… Jimmy… Vado X

NB: Condividi questo post con quante donne e uomini gay ti pare e non succederà assolutamente niente di sconvolgente nella tua vita, ma avrai la consapevolezza che nei prossimi istanti qualcuno penserà di te: “Che bella cosa l’amicizia”…

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Happy Family mi è piaciuto moltissimo. Salvatores mi è sempre piaciuto. Potrei dire che sono di parte, ma secondo me merita proprio ogni volta il successo. Anzi, ne meriterebbe di più: è un artista che ci rende orgogliosi di essere Italiani, non per campanilismo, ma perchè l’Italianità è proprio uno dei suoi temi e lui sa renderla in modo efficace. Ma sa andare anche oltre, illuminando il lato lato universale delle idiosincrasie individuali: quello popolare, godibile e fruibile da tutti. Lo sa fare in tutti i suoi film sostanzialmente allegri, ma mai leggeri, come in film più duri, di denuncia – Io non ho paura su tutti.

Nonostante l’elenco e dedica iniziale “A chi ha paura” (guardacaso!) nella vita, Happy Family fa certo parte dei primi: per la caratterizzazione dei personaggi, per l’atmosfera apparentemente scanzonata, per quell’approfondimento solo suggerito da una battuta, un personaggio, una trama minore. A noi poi scegliere di cogliere lo spunto alla riflessione o meno. Happy Family ti fa ridere, come sa fare bene da sempre Salvatores, delle stesse cose che ti fanno ridere tra amici: battutacce e gesti familiari, nei quali ci piace riconoscerci e che ci tirano dentro la pellicola, facendoci sentire un po’ protagonisti. La fotografia è sempre importante nei suoi film, la qualità dell’immagine fa parte del racconto. Questo è un film nel quale i colori sono sgargianti ed usati ad arte, Milano è presentata nei suo scorci più suggestivi, l’architettura, la decorazione degli interni, i movimenti della telecamera – tutto congiura per farti passare un paio d’ore in bellezza. Ma Happy Family è anche pieno di contrasti e racchiude momenti in bianco e nero, visualmente ed emotivamente. Il risultato è ricco e pulito. Ed è un film soddisfacente come una torta ben riuscita ;-), per chi coglie gli omaggi – alcuni plateali (come i pirandelliani personaggi in cerca d’autore), altri più colti (Fellini, Bergman,…), altri decisamente sfiziosi, come il riferimento dei personaggi di Abatantuono e Bentivoglio al Marocco, e quindi a Marrakech Express (uno secondo me addirittura alla vita personale di Salvatores ed Abatantuomo stessi – e le loro mogli ed ex mogli, entrambe di entrambi! ;-)). Ed è tutto un omaggio alla famiglia, a quella reale, quotidiana ed odierna. Quella imperfetta e magari a volte proprio un po’ “sbagliata” – la nostra, o del nostro vicino di pianerottolo.  Quella che trovate ne Il Vocabolario delle Verità Relative.

Non succede spesso di poter guardare un film o leggere un libro, nel quale poniamo un’alta aspettativa, senza restarne, almeno in parte, delusi. Ecco, l’altra sera ero tutta soddisfatta anche x quello.

PS: Gabriele, la ticarna non te la trovi x caso nei pantaloni, il pacchetto ingombra. Al più quella di tascor nel portafoglio. Così com’è, è un dettaglio – l’unico – un po’ forzato, che distrae ;-). (Non menatemela, rimembranze di una gioventù bruciata… :-D)

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