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Archive for ottobre 2011


Io sto seguendo Big bang Leopolda in streaming: Matteo Renzi è al momento la peronalità politica nella quale ho più fiducia, nella quale mi riconosco di più. Ma la fiducia non è cieca, anzi: siccome mi piace, lo spulcio, voglio saperne di più su ciò che fa, chi lo circonda, quali idee e quali fatti mette sul piatto. Se volete seguire la diretta cliccate qui: BIG BANG Leopolda. Tramite facebook (Big Bang – Leopolda) e Twitter (#leopolda) si possono inviare idee ed interventi, alcuni dei quali verranno letti in sala, permettendo una certa interattività. Certo, preferirei essere là, l’interattività è un piccolo passo, ma è un segno, secondo me chiaro, della compartecipazione e comunicazione incoraggiata dalla politica di Renzi. Civati dice di lui che corre da solo: forse ai leader succede, ma è la squadra che si crea intorno a loro che può contribuire a fare la differenza. E nonostante Civati e la Serracchiani mi piacciano, non mi piace la direzione del PD ed io sto con Renzi, che non la corteggia: la vuole rottamare!! Colpo di spunga, a destra ed a sinistra: chi resta lo fa perchè è capace, perchè quel che ha fatto lo ha fatto bene, non perchè è lì da sempre, non per inerzia…

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Scusate se in questi giorni come argomento mi ripeto, ma la questione è urgente. Come alcuni di voi sapranno, da qualche giorno il Corriere della Sera racchiude un inserto quotidiano riservato a Brescia (con redazione locale). Ieri, nell’articolo allegato, Vittorio Messori ha scritto del suo sconforto nel vedere quanto sia cambiato il basso Garda negli ultimi decenni.

Il saccheggio del Garda (cliccare per leggere)

Ho preso la palla al balzo ed ho scritto a lui ed alla redazione per cercare visibilità per la “nostra causa”. Vi riporto il mio messaggio:

Gentile Redazione,
innanzitutto congratulazioni ed un grazie per il nuovo inserto su Brescia nel grande Corriere della Sera. Vi scrivo per ringraziare in particolare Vittorio Messori per l’appassionato articolo sul Garda, le sue bellezze e la loro miope distruzione negli ultimi decenni. Proprio a questo proposito ho cercato di rispondere ad un articolo pubblicato sul Giornale di Brescia sabato 22 ottobre, riguardo al PGT di San Felice del Benaco: includo l’articolo e la mia lettera, che purtroppo non ha ottenuto pubblicazione. Penso che Vittorio Messori conosca questo paese, probabilmente quello rimasto fino ad oggi più verde, grazie ai conti Cavazza, proprietari di gran parte dei terreni del paese, cittadini attenti ed affezionati, che non hanno mai venduto nulla, nè svenduto l’anima. Oggi, però, il Sindaco Paolo Rosa e la sua giunta stanno riuscendo ad attuare una politica di eccessiva cementificazione, della quale sono evidenti ed esemplari vittime due comuni vicini, Moniga e Manerba: la nasconde, questa politica, parlando di verde e di sviluppo, ma sono i numeri ed i progetti contenuti nel PGT stesso a smentirlo. Noi cittadini stiamo cercando di evitare proprio quell’edilizia inutile e dannosa di cui si parla nell’articolo da voi pubblicato ieri (27 ottobre, pag. IX dell’inserto Brescia): non vogliamo seconde case alveari, non vogliamo incoraggiare quel tipo di turismo parassitario; e comunque ci chiediamo perchè tutta questa sete di edificare, quando oggi non si vende nulla? Sono anch’io, come Vittorio Messori, Gardesana d’adozione, il che per me vuol dire per passione, per scelta. Le opposizioni, le associazioni locali ed i cittadini stanno cercando di limitare questa gestione poco lungimirante del nostro territorio, in favore di una politica di recupero e di sviluppo intelligente, ma l’Amministrazione attuale avanza sorda e cieca, rifiutandosi di fare un passo indietro, proprio come la politica nazionale pare le abbia ben insegnato. Eppure noi ci siamo attivati, ed il disagio e la contrarietà di gran parte dei cittadini è ben noto agli amministratori, i quali non ci offrono nemmeno le proprie motivazioni ragionate: in fondo se ci spiegassero, forse capiremmo dove vogliono arrivare, magari noi comuni cittadini non abbiamo la loro capacità di visione… Macchè, l’unica risposta che ci è stata data è che è una questione di scelte. Il nostro territorio comunale è già edificato quasi per la metà: mangiarsi un 10% di terreno edificabile in un solo PGT, senza strategie credibili di sviluppo sostenibile, ci sembra un grave errore. Per non parlare dei costi che ci dovremo sobbarcare… Vorremmo anche noi far parte del Parco delle Colline Moreniche del Garda, se ne è discusso, ma tra cittadini, perchè anche riguardo a questa indicazione l’amministrazione non ha dato segno di vita. Mi rivolgo a voi sperando di trovare visibilità per le proteste che i tanti affezionati cittadini di San Felice del Benaco stanno portando avanti, purtroppo vanamente, fino ad ora. Rimango a vostra disposizione per qualsiasi ulteriore informazione io possa fornirvi.

san-felice-il-pgt-ed-il-giornale-di-brescia
perche-vi-chiedo-una-firma
allarme-in-paradiso

Serena Uberti

Io ci provo. Ma devo dire che leggere che persino il questore di Brescia ha invitato Messori alla prudenza, quando voleva difendere alcuni terreni, perchè fanno gola a molte mafie, non è rassicurante!

PASSATE PAROLA!!

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Questo è l’articolo di cui vi ho parlato nel post precedente: cliccare per leggerlo in taglia integrale.

Dal Giornale di Brescia del 22 ottobre 2001

Ieri la mia lettera al giornale non è stata pubblicata: qualcuno sa darmi notizie del GdB di oggi? Grazie, X

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Carissimi, chi di voi ha la possibilità di leggere il Giornale di Brescia oggi, può trovare a pag. 36 un articolo nel quale il Sindaco Paolo Rosa (PdL) descrive il PGT scelto dall’Amministrazione Comunale per San Felice del Benaco. Visto che l’articolo non rispecchia in nessun modo l’atmosfera nella quale questo PGT è venuto in essere ed è stato accolto dalla popolazione, ho appena mandato al giornale la seguente lettera, sperando nella pubblicazione.

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Gentile Redazione,
mi chiamo Serena Uberti e sono una cittadina di San Felice del Benaco; scrivo (al giornale tutto, non solo al GdB Web) riguardo all’articolo pubblicato oggi (22 ottobre 2011) sull’edizione cartacea, a pagina 36, che parla proprio del PGT del mio comune. Sono veramente rattristata dal fatto che l’articolo descriva un PGT in toni entusiastici, quando una gran parte della popolazione si è attivata per opporsi alle scelte dell’attuale amministrazione. Il Sindaco Paolo Rosa infatti sceglie di ignorare completamente il disaccordo di molti abitanti, che hanno una visione fortemente diversa dello sviluppo di questo bellissimo paese. Il Sindaco sa bene che quest’estate sono state raccolte oltre 600 firme di cittadini, che hanno chiaramente manifestato la propria opposizione ai progetti contenuti nel PGT. Come è già successo durante tutta la preparazione del PGT stesso, così anche dopo la presentazione della petizione, nessuna importanza è stata data al confronto ed alla discussione con i cittadini riguardo alle decisioni di maggior impatto territoriale e strategico. Desidero anche far notare che tutte e tre le opposizioni presenti oggi in giunta si sono unite, hanno lavorato con cittadini ed associazioni locali ed hanno risposto al PGT con soluzioni alternative, con proposte ragionate e concrete, allegate alla petizione e sottoscritte dai firmatari come preferibili. Non desideriamo solo opporci, abbiamo un’idea dello sviluppo necessario al paese nettamente diversa: preferiamo che vengano ristrutturati i beni esistenti nel centro storico, piuttosto che costruiti nuovi edifici, dei quali il nostro paese non ha bisogno e che ci indebiteranno per decenni a venire. Le proprietà del Comune sono infatti in vendita da tempo e l’unico risultato è che il prezzo continua ad abbassarsi, senza acquirenti; quello che ci aspetta sono mutui per finanziare le spese. Siamo contrari anche alla scelta di iniziare una cementificazione tra le due delle frazioni componenti il Comune, (San Felice e Portese): pensiamo che il posto dei campi sportivi non sia di fronte al cimitero (in zona ad oggi ufficialmente non edificabile per vincoli cimiteriali), ma nella zona oggi deputata ad ospitare il centro polifunzionale. Quest’area, tra l’altro, si chiama Paludi, e qualunque logica indica che la costruzione di fondamenta e cubature in un luogo ricco di falde acquifere sotterranee, è più complessa e finanziariamente onerosa, che altrove. Potrei continuare con una lunga lista di scelte miopi e testarde dell’Amministrazione, alle quali la popolazione ha reagito con una consapevolezza e partecipazione nella vita pubblica, che il nostro paese non vedeva da tempo. Penso che con l’articolo di oggi il Sindaco abbia ancora una volta sottolineato la propria volontà di andare avanti senza alcun confronto con la popolazione locale, senza prendere minimamente in considerazione il fatto che il suo PGT preoccupi profondamente un gran numero dei suoi stessi cittadini. Evidentemente Paolo Rosa ritiene più importante il prestigio di un articolo vuoto di significato, ma ricco di paroloni che al disinformato suonano apprezzabili, rispetto alla concertazione ed al confronto con opposizioni e popolazione in merito a scelte, che segneranno la vita di San Felice del Benaco (di Portese e di Cisano) per molto tempo a venire. Chi è l’interlocutore del Sindaco in questo caso? Certo non il territorio. Vi ringrazio anticipatamente dello spazio che vorrete concedere alle mie parole, sperando che almeno qualcuno si renda conto che anche questa opinione merita una considerazione e diffusione, che altrove le è stata negata.
Cordialmente,
Serena Uberti

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Luisa Agosti ha avuto un’idea, l’ha perseguita ed ha organizzato il progetto che vi presento oggi. Alcuni di voi forse l’avranno incontrata in queste sere davanti al Cinema Eden (a Brescia, in occasione del Film Lab Festival) mentre distribuiva informazioni a riguardo, io vorrei aiutarla a diffonderle ulteriormente. Ma lascio la parola a lei:

REGALO A CUBA LO SPAZIO INFINITO…
Anni fa, ho fatto un bellissimo sogno, che racconterò come prologo del mio progetto.
“Mi trovavo sulla cima di una montagna altissima e azzurra come il cielo, con una bandiera in mano su cui era disegnato un sole giallo che portava una scritta a caratteri grandi e ben leggibili, in lettere rosso ciliegia.
“VORREI POTER VOLARE”
L’avevo piantata sul picco più elevato e mi ero seduta guadando lontano. Da lì vedevo il mare lambire spiagge bianche..e più in là le montagne di bosco da cui spiccavano come fuochi d’artificio immobili, moltitudini di palme alte e sottili. Poi vedevo il sentiero che avevo appena percorso, salire fino a me come un gigantesco serpente bianco. Ad un tratto ho notato una fila di persone scalare la montagna in fila scomposta. Ognuno di loro portava una bandiera di diverso colore e tutti convergevano a me. Ogni drappo aveva un messaggio diverso, e chi lo portava lo piantava nel suolo, accanto alla mia bandiera, e se ne andava sorridente e felice.”
Qualche anno più tardi ho conosciuto l’isola di Cuba, un luogo prezioso, incastonato nel golfo del Messico, sul mare dei Caraibi.
A Cuba ho avvicinato realtà umane contrastanti, fatte di pietra e argille morbide, di sorrisi lucenti e sguardi profondi, disseminate su un territorio naturale molto generoso di ogni bellezza. E tanti bambini. Ho condiviso i sogni e i bisogni. Ho sentito che quel pezzo di mondo voleva gridare la sua storia e vederla andare lontano, oltre i confini del mare…
Così, al mio quinto viaggio a Cuba ho voluto dare un senso nuovo.
“Porterò’ con me tanti aquiloni bianchi ed il materiale per colorarli e scriverci sopra i desideri, e li regalerò ai bambini di Cuba. Insegnerò a quelli che ancora non sanno, come fabbricarne uno con materiali semplici. Poi, tutti insieme li faremo volare, seminando il cielo di pensieri infantili… di desideri…

Ho pensato di filmare l’evento in tutte le sue fasi, e farne un documentario da proporre a chi fosse interessato, (scuole, musei infantili, cinema d’arte, festival di cinema per ragazzi, canali mediatici di accesso ai bambini..ecc) a Cuba e nel mondo.

Di fatto, ho trovato subito grande entusiasmo e collaborazione da parte di chi chiunque avessi intervistato su questo progetto. A Cuba, oramai mi aspettano con l’impazienza di un bimbo di fronte al suo regalo di Natale.

Sicuramente il gioco (questo degli aquiloni, in particolare) e’ il concime naturale per una vita serena, e a tutti i bambini e’ riservato il tempo indefinito che noi adulti chiamiamo “futuro”.

IL DOCUMENTARIO: Il senso di questa esperienza trova posto nell’idea di stimolare l’attenzione dell’infanzia ad un gioco creativo molto antico ,praticato e diffuso in varie culture,regalando emozioni di gioia e di relazione diretta con le proprie forze a confronto con quelle della natura.

Ora, in coda a questa bella storia, sono rimasti i dettagli organizzativi.

Papalotes en fiesta:

In particolare siamo già in possesso del patrocinio di

-AMBASCIATA D’ITALIA A CUBA

-PINAC-PINACOTECA INTERNAZIONALE DELL’ETA’ EVOLUTIVA ALDO CIBALDI. Rezzato-Brescia.

-PICCOLO CINEMA PARADISO-MUSEO DELL’ARTE INFANTILE ROSA SALA, Brescia.

Appare chiara all’orizzonte la questione della necessità di fondi per coprire le spese necessarie, nonostante gli aquiloni vengano regalati, insieme con il materiale per decorarli, dall’associazione AQUILONISTI BRESCIANI.

Mi sono rivolta a Quintavenida, il portale internet che si occupa di cultura cubana, per fare un appello di solidarietà, affinchè si possa realizzare questo sogno.

REGALIAMO UN AQUILONE AI BAMBINI CUBANI, con una donazione.

Fermo restando che siamo aperti alle varie proposte che possano nutrire ed incentivare questa idea, così semplice, così lontana dai tempi feroci che ci impone questa società.

LUISA AGOSTI

Coordinatrice culturale e addetta alle pubbliche relazioni.

Per ulteriori informazioni luisa.agosti@gmail.com

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Saremo molto felici se vorrete aderire all’iniziativa e contribuire a passare parola!

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Vi lascio il link a due riflessioni che ho apprezzato, riguardo ai fatti di Roma, di cui sotto – e ringrazio Marietta di averli condivisi, in modo che potessi inciamparvi.

Teledurruti – è il momento della rabbia sociale

Nuovo e Utile – Roma, 15 ottobre

Come Abbate non giustifico la violenza, ma ne prendo atto, in quanto valvola di sfogo di una generazione impotente, educata per rimanere impotente, formata per non diventare mai capace, pensando che non avrebbe, in tal modo, fatto troppo casino – al massimo, per dimenticare, si sarebbe sollazzata (come da illustri esempi). Come l’autore del post di Nuovo e Utile mi chiedo quali siano i mezzi pratici per costruire un ponte sul gap attuale. Credo che la sproporzione tra la velocità dell’informazione e la lentezza dell’oggi stia creando uno zoccolo duro di persone frustrate nella propria crescita, sia personale, che lavorativa: persone che vedono un futuro possibile, ma non preventivabile. Persone che intuiscono cosa ci sia che non va, senza poter sperare di incidere sulla soluzione. Persone che magari non sanno mappare ogni passo della strada verso un domani migliore, ma che vedono ogni barlume di speranza soffocato dal potere, che sceglie sempre altro, sceglie se stesso, sceglie le stesse vetuste strade, per non rischiare di trovarsi davvero in un paese nuovo. Se non c’è riuscito Obama a fare di questa crisi etico-economica un’opportunità, come possiamo mai sperare noi, pesci piccoli, di vedere un giorno un paese ed un mondo in sano equilibrio tra il rispetto, la produttività, la crescita (e questi termini li intendo sia nella loro accezione strettamente economica, che nel senso umanamente più ampio ed individualmente più pratico)? Credo che il nostro impegno personale oggi debba supplire alla mancanza di visione di un’intera classe dirigente. Se la globalizzazione ha avuto un certo effetto di rimbalzo verso la valorizzazione della localizzazione (slancio ancora lacunoso, da perseguire e proseguire), forse l’incapacità gestionale dei famosi personaggi nella stanza dei bottoni ci deve spingere a gestirci da noi, coltivando e sforzandoci per realizzare, ognuno con le proprie competenze, un nuovo sistema virtuoso. Se ognuno di noi si mette in gioco attraverso il proprio lavoro, o la propria ricerca di esso, per ridurre le distanze tra produttore e prodotto (nel senso che il primo non siede in poltrona a, per dire, Milano, mentre l’altro viene sfornato a, sempre per dire, Hu-ho-hao-t’è), ci si riavvicina anche al senso di tangibile soddisfazione per il proprio lavoro, al proprio controllo della qualità dello stesso – e non parlo solo di prodotti manufatturieri. Recuperare le nostre capacità per impiegarle nell’immediato, senza dipendere da accentratori del sistema lavorativo, può farci sentire di nuovo capaci, arricchire la nostra esperienza, ritrovare fiducia e coltivare il savoir-faire. Tanto non è che abbiamo molta scelta: stiamo ad aspettare qualcuno che il lavoro ce lo dìa? Il lavoro, quello centralizzato, quello distribuito dai capibranco, non c’è più, oppure paga da fame, perchè i centralizzatori vogliono solo creare un futuro per se stessi, del nostro non glie ne può fregar di meno, il più delle volte. Ciechi al fatto che se crolla la società intorno a loro, prima o poi crolleranno anche loro. Certo, non tutti si possono improvvisare una professione, ci vuole preparazione e capacità, ma forse ne abbiamo alcune che, non avendole mai impiegate prima, nemmeno riconosciamo come tali. Ognuno di noi sa cucinare, o coltivare, o parlare le lingue, o guidare, o… ditemelo voi! Cosa sapete fare? E come possiamo mettere insieme i nostri talenti più utili e tirarne fuori una professione? A volte sono le idee la prima risorsa mancante: perchè non siamo stati abituati ad essere creatori, ma abbiamo sempre pensato a come inserirci in un sistema. Oggi che questo sistema si sta rivelando tanto fragile, quanto ingiusto, rinnovarci è fondamentale per sopravvivere nel quotidiano, ma anche per creare una corrente di CAPACITA’ che permetta al paese di risollevarsi, propagandosi a macchia d’olio, perchè non sia sempre e solo l’altro ad avere quell’idea geniale, a tappare quel buco che noi non avevamo nemmeno visto, troppo presi ad occuparci dell’acqua che dalla falla esce. Creare tanti piccoli circoli virtuosi è oggi una necessità tanto individuale, quanto sociale. Questo obiettivo non si raggiunge focalizzandosi solo sul proprio, limitato sè, ma guardandosi intorno con occhi diversi, cercando trame invisibili, ma esistenti, tra ciò che di obsoleto ci circonda e non vediamo più, ma che può diventare parte di un rinnovamento che parta dalla base, da noi, dal fare. Valorizziamo l’Italia migliore, valorizziamo noi stessi, neutralizziamo la frustrazione. Certo, anche gli obiettivi di una tale attività imprenditoriale individuale non possono essere paragonabili a quelli che ci appaiono oggi come simboli di successo (soldi, lusso, élite), ma anche questo non credo sia un male… Io di esempi di persone che si mettono in proprio, a fare cose che sembravano un hobby glorificato e poi riescono a creane un’attività professionale seria e produttiva ne vedo: voglio cominciare a farne parte. Voglio sostituire la frustrazione con la soddisfazione, non fine a se stessa, ma propulsore di altri e nuovi successi, da misurarsi in termini nuovi (o forse antichi…), perchè anche io non sia costretta, un giorno, a suggerire a mia figlia di andare all’estero, se vuole un futuro diverso da quello che qualcuno ha già deciso per lei, sacrificandola all’altare del Sistema.

Questi sono i miei persieri in libertà, frutto di osservazioni in giro per il paese, chiacchiere davanti ad un caffé con persone che condividono il mio quotidiano, letture sparse su giornali, libri, internet, riflessioni personali davanti ad uno specchio sincero. Sbaglierò, ma devo, DEVO, trovare il modo di uscire dall’empasse, che sia il mio intimo, o quello che sento stringermi addosso da un fuori sempre più invadente, come sempre più disinteressato… Accolgo, ricerco, incoraggio, le vostre riflessioni – grazie.

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Io ieri ero allibita. Giro su Sky News 24 per dare un’occhiata a come procedevano le manifestazioni a Roma e… resto incollata allo schermo per due ore, non capendo quello che vedo, quasi affascinata dall’incongruenza, cercando di convincermi che tutto questo succedeva a Roma. I giornalisti non stavano messi meglio di me, non capivano – la polizia pure, vi dirò. Si parlava di Black Block, addirittura 500, ma nella folla chiusa (chiusa!) in piazza San Giovanni vedevo anche un sacco di gente vestita normale: incazzata, per carità, ma mica col casco ed i manganelli. I Black Block c’erano, organizzati, evidentemente, pare ci capissero pure di strategia d’attacco. E la gente si lamentava perchè la polizia non attaccava con abbastanza forza, aveva l’aria alquanto persa: la folla stipata sui gradini della Basilica di San Giovanni, i camioncini che bloccavano le uscite ed altri che cercavano di “disperdere” – ma dove si potevano mai disperdere se la piazza era blindata! Io non capivo perchè non li caricassero su quei camioncini, invece di contunare a fare il giro della piazza, far casino, lanciare lacrimogeni, indietreggiare. Ieri mi si è chiesto di capire, di leggere – ed oggi mi si vuole spiegare – delle scene di disordine violento, che non sono abituata a decodificare, che per mia fortuna non mi sono familiari, perchè vivo da 40 anni in un paese dove la violenza è crimine o terrorismo, è eccezione. Ieri sono arrivati a Roma pericolosi personaggi (da tutta Europa, dice Alemanno), istigatori, gente che doveva essere fermata prima (dice lui, che è il Sindaco: chi li fermava, io?), è arrivata in mezzo a gente pacifica, che manifestava, ma che anch’essa aveva dentro una rabbia, che secondo me in parte si è fatta seguito di questo attacco alle autorità, contro banche, contro simboli di lusso e spreco, con i sanpietrini in mano, come l’Intifada. A me a fatto impressione questo miscuglio di persone – che io sono cresciuta convinta fossero tutte uguali, all’interno di un sistema funzionante -, persone contrapposte in ruoli che fino a ieri non avevano rivelato la propria natura fino in fondo: l’indignato, il pacifista, il violento, il confuso, il giornalista, il poliziotto… Dietro le fiamme, il fumo, una scritta con sigla in Inglese sul camioncino che brucia (a riprova che qualche straniero c’era per forza, da noi un ribelle incazzato mica sa cosa vuol dire All Cops Are Bastards, deve farlo tradurre alla profe, che va a cercarlo in Google)… Ed in tutto questo chiamo la mia amica romana, e lei sta al parco con il figlio, calda giornata d’ottobre, seduti sull’erba, un altro mondo. Pare che i manifestanti siano arrabbiati, perchè la violenza toglie autorevolezza alla loro protesta. Sono stipendiati da Berlusconi quelli, per fare casino e far fare una figura di merda alla sinistra, si sente anche dire in giro. Insomma, qualsiasi cosa pur di non dire che gli Italiani sono così incazzati (come cittadini di un paese in ginocchio in un mondo che non aiuta a sperare in meglio, al massimo, pensa, ci può stare un pompino), che ormai qualcuno alla rivoluzione ci sta veramente pensando. Dovrà pur partire da qualche parte, si chiama rivoluzione, non protesta-ordintata-ed-inutile-come-tutte-le proteste-ordinate-fino-ad-oggi. In ogni caso ieri Roma era l’unica città nella quale la protesta è diventata guerriglia: nel mondo gli Indignados sono sempre di più e ieri hanno fatto sentire le proprie voci, contro un sistema di sviluppo globale la cui natura malata è ormai sotto gli occhi di tutti. Da noi non si capisce nemmeno chi abbia fatto più casino: i protestanti violenti, i Black Block, i poliziotti impreparati o preparati ad un gioco al gatto e topo che ieri semplicemente non è stato all’altezza, le amministrazioni locali che organizzavano il territorio per questa manifestanzione da tempo annunciata, i giornalisti che ci raccontavano le stesse immagini confuse che vedevamo noi – con occhi lacrimanti e fazzoletti davanti alla bocca per poter respirare, o quelli che non hanno dato rilevanza all’accaduto… Ed oggi torniamo ognuno ai nostri ruoli: cittadini, madri, padri, studenti, poliziotti, giornalisti, cuochi, negozianti, impiegati, disoccupati – e parliamo di ieri ma, nè di ieri, nè di domani, abbiamo capito nulla di più.

Roma, 15 ottobre 2011 ( da La Stampa.it)

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